Il libro di Gaja Cenciarelli mi riporta con veemenza alla realtà romana. L’elemento che mi risuona in modo importante è la totale identificazione, se possibile, del mondo dell’insegnante con il mio. Lo verifico, pagina dopo pagina, attraverso i molti riferimenti territoriali, sociali e culturali. Mi sembra di sovrappormi alla Cenciarelli come probabilmente alle molte persone nate negli anni settanta. Ci accomunano la Politica, i “fumi” e le atmosfere intense e rarefatte, una visione partecipata e di impegno civile, anche la contraddittorietà dell’insegnante che è continuamente sospesa tra l’assecondare la propria natura idealista e buona e la necessità, di contro, di vincere questa attitudine al bene per mostrarsi severa e autoritaria. Mentre insegna ai ragazzi contenuti e vita è come si analizzasse continuamente: il suo comportamento, il modo di pensare, di muoversi nello spazio e percepire la propria fisicità ed emotività, come si osservasse di continuo per smussare il possibile. “Domani interrogo” penso sia un bel romanzo, attuale, sull’insegnamento e il tentativo di salvare una umanità con gli strumenti che si hanno a disposizione. Una piccola grande rivoluzione contro tutto e tutti per tornare a parlare di quotidianità, di sfide tangibili anche se enormi. Un libro dedicato alla Scuola, alla consapevolezza che la Cultura e il rapporto tra insegnanti e alunni continua a costituire uno strumento antico, salvifico, fondamentale in questa società troppo liquida dove si fatica a trovare riferimenti cui aggrapparsi. Un lavoro dedicato alle studentesse e agli studenti, ma che l’autrice dedica un poco a sé stessa, in una continua auto-analisi comportamentale. Il resto è la Roma delle periferie, delle metropolitane, dei lessici e delle atmosfere famigliari, delle comuni appassionanti storie di vita, delle famiglie sfilacciate, degli affetti difficili, di una professoressa che tutti avremmo voluto avere.

David Giacanelli

Contro la solitudine ora la vicinanza, forse in alcuni casi anche amicizia. Di prossimità o storia rispolverata. La pandemia ci ha allontanati e segregati. Poi il ritorno ad una certa normalità, pur con varianti in circolo molto contagiose e l’indice ancora alto. Però di ritorno si tratta: alla vita in tutta la sua complessità. Dribblando Omicron 5, abbiamo ricordato cosa significa sperare, coltivare sogni, anche solo piccoli desideri, acconciarci ad un presente nel migliore dei modi possibili. Siamo certi che sopravvivremo a tutto questo. Non lo stiamo ancora raccontando, manca una elaborazione degli ultimi due anni, ma non fingiamo che non sia accaduto niente, né scimmiottiamo modelli culturali e comportamentali antichi e inadeguati. La crisi e sua metabolizzazione ci hanno cambiati e mostrati per quel che siamo, non migliori e non peggiori, ma certo non resilienti. Piuttosto degli oppositori, rivoluzionari in percentuali differenti, contrastanti una cultura sbagliata e supina rispetto agli stravolgimenti economici e sociali che hanno cavalcato e seguito la pandemia, così il mondo del lavoro, una comunicazione ossessiva e farraginosa, rapporti sociali devastati. Una volta riemersi, con tutto il dolore e vissuto, abbiamo rotto dei meccanismi che innescavamo da sempre, plasmati su modelli sbagliati che presupponevano il continuo sacrifico del singolo ed il suo annientamento. Siamo tornati un po’ più liberi, recalcitranti, attenti analizzatori delle pieghe sbagliate della nostra esistenza. Un po’ più senza controllo, rinnovati in libertà, più autentici, reduci da battaglie, concentrati perciò sull’essenziale, su ciò che davvero acquista importanza per noi. Sentirsi profondamente, contenersi, riappropriarsi di tempo e spazio sono tornate ad essere azioni imprescindibili del nostro essere e agire. Abbiamo ridisegnato la grammatica di tutti i nostri rapporti e relazioni: dalle sentimentali alle sociali. Come riscrivere una pagina dell’esistenza. Per quasi tutti, anche per chi non si è posto il tema, è cominciato il tempo dell’elaborazione. Vivere per raccontarla, diceva Garcia Marquez. Manca il nostro racconto.

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Cosa ti aspetti dalle prossime elezioni, nei prossimi mesi? Penso alle risposte che darei ai miei nipoti, alle consapevolezze che già leggo nei loro occhi innocenti, a loro modo ideologici. Che sono stanchi dei movimenti, dei non partiti, delle formazioni politiche che non abbiano una storia radicata e antica. Non sono assolutamente d’accordo con l’ostentare le forme di democrazia diretta, quando queste ultime hanno solo prodotto classi dirigenti impreparate, rabberciate, nella migliore delle ipotesi con l’umiltà di mettersi a studiare, incredule di essere state elette per pochi like. Non è più tempo di imparare a studiare: è tempo di arrivare già preparati, tecnici, funzionari che conoscono la materia molto bene, ciascuno nel suo segmento. C’è bisogno di squadre, di capacità e competenze al servizio dei singoli candidati. I giovani non amano gli uomini soli, né tanto meno gli uomini che non hanno un partito al seguito. Hanno già visto l’estremo protagonismo e individualismo di alcuni leader a cosa hanno portato. Sono rimasti delusi. C’è un ritorno al desiderio di squadra, di collettività rappresentata che solo un partito storico, evolvendosi, può esprimere al meglio. Storico perché ha una storia con valori riconoscibili, mutati anche nel tempo, capace di auto analizzarsi ed evolvere o involvere e sbagliare. Ma riconoscibile, anche nell’errore. E non è questione di establishment, di sistema, perché negli ultimi anni l’antisistema ha fallito. La distrazione delle masse giocata sulla discriminazione delle posizioni, sul fatto che chi governasse fosse élite contro tutti, sui gruppi di potere telecomandati dalle lobby, sull’ostracismo verso chi non producesse spot pop e popolari, semplicistici quanto inesatti, di più errati. Anche i giovani dei #fridaysforfuture, gli ambientalisti, noi tutti con a cuore il futuro del Paese/Mondo non scelgono come interlocutori i movimenti, i guru improvvisati del web, i medici che asseriscono che i vaccini fanno male, i complottisti, i terrapiattisti, i no e bo vax. Una ragione ci sarà. O sono anche loro oggetto di un complotto, telecomandati da genitori sconsiderati e prezzolati? Greta Thunberg parla con Draghi e con i Capi di Stato europei e rinfaccia loro i “bla bla bla”, ma non lo fa in tavoli dove perfetti improvvisati della Politica le darebbero ragione senza entrare nel merito di alcuna questione sollevata e dibattuta. Insomma, per protestare e amministrare ci vuole davvero spessore, tanto, troppo. Capacità di sapere scegliere, prendere decisioni, compromettersi quando non è possibile la scelta manichea e radicale, prestare servizi e fare funzionare città, assicurare una qualità della vita almeno decente, promuovere diritti. Facile a dirsi, certo, ma altrettanto facile è ora escludere tutte le forme e forze politiche che hanno praticato distrazioni di massa, spostando l’attenzione su altri temi non centrali o, peggio, asserendo falsità per catalizzare il malessere che con due anni di pandemia tutti abbiamo vissuto e continuiamo a vivere. Prima se la sono presa con i migranti, poi la lotta ai diritti da non riconoscere, dallo ius soli ai referendum per depenalizzare il comportamento di chi aiuta il paziente consenziente e desideroso di morte, per arrivare a bloccare la legge contro l’omofobia. Si sono concentrati sullo scetticismo sui vaccini e perfino hanno urlato di una presunta dittatura sanitaria appellandosi, ovviamente, ad articoli della Costituzione sbagliati, alle politiche economiche insufficienti, il lavoro carente, i redditi di cittadinanza come elargizioni ingenerose. Insomma, ogni scusa è stata buona per non parlare invece seriamente di programmi, di soluzioni ai problemi, di crisi del lavoro, di crisi sociale e dei rapporti umani in genere, di povertà crescenti, di transizione ecologica, di rifiuti, della necessità di impianti senza sindrome nimby e, allo stesso tempo, di futuro davvero sostenibile, di economia circolare, di riuso e riciclo con il minimo spreco di risorse e impatto sull’ambiente. Loro, i giovani, voteranno in massa e sceglieranno il loro partito anche con i “bla bla bla”.

David Giacanelli

Un altro traguardo raggiunto con le firme raccolte per il referendum finalizzato ad abrogare la criminalizzazione del cosiddetto “omicidio del consenziente”. Sono già state superate le 500.000 firme e si prosegue per mettere in sicurezza il risultato, producendone almeno, entro il 30 settembre, 750.000. Non si vogliono correre rischi. Quel che più di ogni altra considerazione colpisce è che, come per molti argomenti ostici, si è costretti a ricorrere alla raccolta delle firme e all’indizione di un referendum che certifichi quello che gran parte della gente e popolazione già approva. Convalidate le firme, il referendum sarà inderogabile e, se le volontà continueranno a essere coerenti con l’esito del referendum, non solo si abrogherà un’errata percezione che ci mantiene arenati al passato, su posizioni conservatrici e illiberali, ma si aprirà la strada a leggi più importanti e omnicomprensive di cui si avvalgono, già, diversi Paesi europei. Quindi grazie ai volontari che durante tutta l’estate stanno raccogliendo firme in diverse banchetti, disseminati per le città italiane. Avremo un referendum, uno strumento legislativo per realizzare riforme con effetto vincolante, piaccia o no a un qualsiasi Parlamento che non potrà non prenderne atto e, di conseguenza, sentirsi stimolato e proseguire su questo sentiero di civiltà. Abrogare l’articolo 579 del codice penale e rimuovere ogni ostacolo alla legalizzazione dell’eutanasia non metterà più a rischio la determinazione e ragionevolezza di tutti quei medici che, su richiesta di un paziente consenziente – altrettanto determinato – debbano intervenire attivamente. E tutto quanto ne scaturirà, ci ricorderà quanto sia fondamentale per un medico e un paziente sentirsi compresi, accolti, rispettati nelle proprie volontà e non stigmatizzati in nome di una “vita” inviolabile che, nei casi di cui si parla e tratta, non è spesso più degna di essere vissuta ma solo dolore e oppressione per chi la subisce, indossa, e i famigliari che assistono al protrarsi di una sofferenza. Non ha a che fare con la fede o religione, piuttosto con l’amor proprio, la civiltà, quel senso di decoro, pudore che dovrebbe accompagnarci sempre. Per questo, le firme raccolte dall’associazione Luca Coscioni, Radicali italiani e molte altre Associazioni promotori del referendum abbracciato, anche, da altro mondo politico, va salutato con entusiasmo: lo stesso con il quale auspichiamo di vivere.

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Le persone che voglio vedere, quelle di cui faccio a meno, quelle con le quali vale la pena attardarsi e quelle troppo complicate che, anche ne valesse la pena, sono talmente irrisolte e lente negli ingranaggi della mente che mi è passato il desiderio. Non le vedo più, per il momento.

Ora che torniamo in uno stato di semilibertà anche i confronti sono più diretti, le stesse liti: soggetto, verbo, complemento oggetto.

Sintesi necessaria, meno logorrea e, comunque, la consapevolezza del tempo perduto.

Un anno e mezzo della vita ci è stato sottratto, a ciascuno di noi. Ad alcuni anche parenti, amici, famigliari dunque il computo è un anno e mezzo più danni morali, psicologici, fisici, sentimentali.  Nodi e inceppi da aggiustare.  E questo basta per fare economia, a imparare a tirare fuori anche gli istinti e gli atteggiamenti che non avremmo pensato di avere, di riuscire a oggettivare.

Non è poco: sul lavoro, nei rapporti umani, nelle conoscenze, negli amori. Dovrebbe essere sempre così? Forse, per i più fortunati e capaci, per i più sanamente impermeabili, agili a comunicare subito in modo diretto ed esplicito. Per loro è così.  Per gli altri, un esercizio continuo, ondivago, che s’incaglia in infrastrutture e diaframmi. Poi ci sono i pregiudizi.

Un anno e mezzo, una vera battaglia mondiale l’ha scatenata il Covid, restituendoci qualche possibilità lessicale. Chiarezza, sintesi, consapevolezza da mettere in pratica ogni giorno. Anche combattere gli stereotipi o ammettere, semplicemente, di averne. Perfino essere tanto presi dalla cura e dalla malattia, che se gli altri lo capiscono bene, diversamente resta un loro problema.

Un enorme e drammatico momento verità cui è stato impossibile sottrarsi, che oggi ci restituisce qualcosa.  Aldilà delle figure retoriche dei bicchieri mezzo pieni e mezzo vuoti, abbiamo una enorme possibilità: liberarci di troppa zavorra.

Ammettere di essere stati anche incapaci e, quando capaci, di avere visto per la prima volta piccoli e grandi fantasmi dileguarsi, svaporare, così la morte e il dolore vicini a lambire le vite e i sogni.

 Ci ha aiutati il confronto con chi non abbiamo mai messo in discussione ma, ora, non smettiamo di osservare e all’abbisogna biasimare. Va bene tutto. Ridestarsi dal torpore obbligato, farlo subito.

Non esistono gerarchie e sciocchi sensi del pudore: esiste il rispetto e la civiltà, una minima educazione. Dopo, tutto è lecito, nella consapevolezza e conoscenza.

Solo l’ignoranza non ci scusa e rende sempre colpevoli e fallaci. Pertanto, armiamoci di sano coraggio e accorciamo un po’ i tempi, viviamoli intensamente come fossero ancor più circoscritti. 

A bilanciare chi, per un poco, portò l’orrore nel Paese.    

David Giacanelli

Già, questa volta, in prossimità del nuovo lockdown e con il passaggio di altre terribili vicissitudini della vita, ti accorgi quanto il vicinato e l’amicizia di prossimità facciano la differenza. Non tutti hanno la fortuna di avere pochi buoni vicini, l’estensione naturale della famiglia di origine, con tutte le normali differenze. Non tutti hanno la possibilità di vedere lievitare e crescere d’intensità le relazioni sociali, di constatare la realizzazione di nuove geometrie sentimentali. Ci vogliono le guerre, gli attacchi dei virus, le paure dei contagli, le restrizioni territoriali e la momentanea sospensione di alcuni diritti, per comprendere quanto un amico vicino, di pianerottolo e quartiere, possa fare la differenza. Una naturale conseguenza dell’area geografica cui siamo costretti, dell’astinenza dalle pulsioni vitali, della lontananza di quel che eravamo e potevamo esercitare. A salvarci sono anche la consapevolezza di realtà speciali, lo stato d’animo che riaffiora di non sentirsi mai, davvero, soli. E non è scontato. Capitare in un condominio giusto, in una scala giusta, in un territorio geografico inclusivo e accogliente, intelligente, ai tempi della pandemia fa la differenza. Con tanta stanchezza ma, al contempo, desiderio di continuare a sognare e produrre, di architettare lo strano progetto che è questa vita. Abitare all’Esquilino mi ha confermato che non tutti i luoghi geografici e le relazioni che crescono, spontanee, sono uguali. C’è sempre la persona malmostosa di turno, il giovane e il vecchio ormai inariditi, che contano le occasioni per additare e accusare il condominio, che si compiacciono di creare scompiglio, che sono ostativi per pesare la propria presenza, perché non avrebbero altre occasioni per emergere e percepirsi. Poveretti, in quanta inutile fatica si prodigano, ma questi basta non assecondarli e, alla fine, come in ogni democrazia sono destinati a zittirsi. Invece è la solidarietà verticale dei piani, che sale su fino alle terrazze per riscendere giù, nei giardini condominiali che si arricchiscono di nuove piante, amica del vaccino che verrà e dell’immunità di gregge, a renderci partigiani. È nell’affetto di prossimità che, ai tempi della guerra, si misura e riconosce la vita reale.

David Giacanelli

È sicuramente imbarazzante, perché se in un primo momento, nei primi anni che hanno cambiato il nostro lessico famigliare come la modalità di comunicare, i Social e i loro sviluppatori di start up diventati milionari ci hanno lusingato e quanto meno costretti a stare dietro alle nuove tecnologie, oggi ci restituiscono immagini anche mostruose di cronaca. E non è informazione, ma semplice libertà illimitata di dire e promuovere contenuti, anticostituzionali, che ledono la libertà di pensiero e lo stato di una democrazia. Lo abbiamo visto con gli episodi dell’occupazione del Campidoglio americano, ai danni di Joe Biden e della maggioranza dei cittadini americani che hanno votato per il candidato democratico. Fomentati da frange di estremisti di destra e populisti, dai quali lo stesso Trump e i Repubblicani americani, tardivamente e in modo goffo si sono poi dissociati. Eppure la democrazia americana, come incontrovertibile modello storico, con tutte le sue contraddizioni, è venuta meno per un attimo, lasciando il mondo intero con il fiato sospeso. L’immagine del vichingo che mostra il bicipite e gli scranni dei differenti studi occupati sono il segno del totale non controllo, della fluidità, liquidità di qualsiasi regola e buonsenso. È in casi limite ed emergenziali che si misurano gli organi di informazione, così le moderne piattaforme Social. Ci siamo, negli anni, divertiti ad assecondare e studiare Facebook di Mark Zuckerberg, quindi Twitter di Jack Dorsey, la piattaforma di Instagram e il TikTok di Louis Yang e Alex Zhu. La nostra scrittura si è fatta più sintetica, ruvida e di effetto. Questo produce i follower, notorietà, avere seguito, in alcuni casi essere sponsorizzati per fare delle pubblicità e accostarsi a luoghi, marche o persone, per condizionare il pensiero e le scelte degli altri produce reddito. Anche questo genera, secondo un congegnato sistema di algoritmi, la fidelizzazione di un cittadino alla piattaforma attraverso pubblicità, più o meno esplicite, che si basano sullo studio della sua profilazione: le scelte di navigazione compiute, i propri gusti in definitiva. Siamo tutti monitorati e controllati a distanza e, pertanto, suscettibili di condizionamento. E di questo non ci sconvolgiamo, c’è ormai chiaro, leggendone e studiandone ogni giorno. Fa parte del gioco, di una tecnologia pervasiva che si accetta in tutto o in niente. Non è chiaro, però, dove la mia privacy può essere tutelata, il punto del limite da non oltrepassare. Non solo per i miei dati personali e quanto afferisce la mia vita sentimentale e sociale, ma per le esternazioni, le azioni, i convincimenti e le distopie predicate da vanesi, narcisi, onnipotenti capi di Stato. Comportamenti sociali pericolosissimi, che si contraddicono strada facendo, che mettono in discussione tutto. Asseriscono ogni posizione e il suo contrario a distanza di pochi secondi; solleticano e vellicano le pance, stanche, di disoccupati che tracimano confini geografici, possiedono armi, inneggiano alla ribellione e rivolta “fai da te”, classe di borghesi e operai gravati dalla crisi, senza più alcun riferimento ideologico, ma solo preoccupati a sopravvivere e galleggiare un altro giorno, ancora. E allora in questa compagine sociale, che riguarda sempre più il globo terraqueo, che copre la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, chi detiene il potere dell’informazione – sempre meno la carta stampata e i siti on line – sempre più le piattaforme Social deve assumersi ogni responsabilità. Non nascondersi dietro la libertà sconfinata di espressione. Deve regolamentare sempre più nel dettaglio, anche se soggetto privato, la policy del proprio funzionamento. Bannare profili pericolosi, chiudere utenze che istigano all’odio, cancellare tutti i post considerati anti costituzionali e pericolosi. Che non è una dittatura informatica, come ad alcuni intellettuali piace pensare, poiché momentaneamente tagliati fuori dalla propria agorà politica e dal proprio tinello di autocompiacimento, dove sono domesticamente venerati e ricoperti di like e gradimenti, senza neanche essere mai stati conosciuti personalmente. Bannare, escludere e sospendere la libertà di parola, in casi estremi, è piuttosto la salvaguardia di quell’etica e morale, minime, che ci consentono tutti di sopravvivere ancora. Che l’account di Twitter @Potus, quello affidato al Presidente degli Stati Uniti d’America in carica sia stato chiuso per Donald Trump, consentendo un più pacifico, lo auspichiamo, passaggio all’Election Day di domani del nuovo presidente eletto Joe Biden, è il minimo che si potesse concepire e, anzi, doveva essere fatto prima. Si arriva sempre troppo tardi. Questo perché ogni libertà, se da una parte mina l’ordine sociale e istituzionale di un Paese, dall’altro arricchisce in termini economici la piattaforma ed il suo proprietario. È ormai noto a tutti, per sua stessa ammissione, che l’ultima elezione presidenziale Usa, che vedeva contrapposti Donald Trump a Hillary Clinton è con tutta probabilità, aldilà del complesso sistema elettorale americano, stata decisa da una campagna efferata e senza sconti, cinguettata di continuo su Twitter dal primo. Gli è stata consentita ogni fakenews, ogni colpo basso ai danni della Clinton e sua immagine che sarebbe stata immischiata, addirittura, in casi di pedofilia e altro ancora. Insomma è possibile essere liberi, esercitare sempre il diritto di parola e pensiero, ma non ci vuole molto a comprendere fin dove ci si può spingere. La qualità di un contenuto postato, la modalità nella quale è veicolato, il fine e trascinamento irreversibile di quel contenuto devono essere esaminati prima del rilascio, che diventi dominio pubblico. Vale per ogni moderna piattaforma e, anche se i differenti manager di cui sopra, si affannano nel dichiarare che esistono già policy precise, che esiste un controllo di fackechecking sulle fakenews, assistiamo comunque a qualcosa che spesso somiglia alla fine della civiltà che abbiamo sempre conosciuto. Quel che è certo è che, in tempi di pandemia, sono proprio le azioni di Facebook, Instagram, Twitter, Tiktok ed Amazon ad avere subito impennate e avere prodotto enormi profitti. Insomma, come sempre il contrasto è tra ciò che una società liberale e il liberismo economico consentono e le conseguenze estreme di queste libertà che, non sempre, ma possono innescare facili meccanismi incontrollabili e discutibili quanto perverse reazioni. Occorre, oltre alla speranza di potere galleggiare e sopravvivere alla pandemia in atto, ad uno dei periodi storici più difficili che abbiamo mai vissuto contando i morti quotidianamente, così i disoccupati, tenere alto il controllo sui contenuti. La verità non coincide sempre con il nostro convincimento del concetto di “verità”, ed il fatto di comunicarlo, questo concetto, non lo rende né vero né tollerabile. Se allarghiamo questa considerazione alle generazioni più giovani, i principali fruitori di tutte le piattaforme social, immaginiamo gli enormi rischi che possono dilagare sul web.

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Che Natale sarà? Questo il tema della giornata, rincorrendo le indiscrezioni e le agenzie stampa. Speriamo il migliore dei Natali. Anche se in un solo momento risplendiamo sulla terra e, speriamo, di vivercelo al meglio. Dopo, è subito lockdown. Capisco tutte le ansie e le delusioni. La segregazione protratta, continua, a destabilizzare, ma giunti a questo punto della Storia non potrà che essere Natale in sicurezza, fatto delle chiusure degli esercizi commerciali ad una certa ora, dei coprifuoco confermati, dei limiti massimi a radunarsi tra parenti e conviventi in casa. Come potrebbe essere diversamente? Ma, soprattutto, chi ha potuto pensare che sarebbe stato un Natale diverso, magari vacanziero, dove partire e spostarsi come niente fosse accaduto. Per chi credente non credo la differenza la faccia un panettone in più, un pandoro in meno, la cena ristretta e in solitudine, la necessità di non assembrarsi, anche in chiesa. Si può pregare e comunicare in solitudine. Ci si raccoglie da soli. Per chi laico, a maggiore ragione, ogni festeggiamento potrà essere procrastinato a un futuro prossimo, migliore, nel quale auspichiamo di essere progressivamente vaccinati tutti. Abbiamo fatto tanto, che Natale potrà essere? Solo un Natale in sicurezza. Mi preoccupano i bambini e gli adolescenti, che prima con la scuola e poi con l’assenza di socialità, si ritroveranno in una festività mozzata, azzoppata come i loro sogni, le suggestioni, la pesantezza di questa prigionia sociale che non produce esperienza, perché manca di confronto e interazione con i coetanei. Sono anni che dovranno avere la pazienza e determinazione di volere recuperare. Continuerà ad essere in parte difficile per bar e ristoranti, che continueranno a chiudere alle 18 e, dopo, solo asporto. Non sarà più difficile per i negozi che resteranno aperti, con tutta probabilità, anche fino alle 21 di sera. Sarà dura per gli spostamenti, perché per l’intero periodo vacanziero resterà in vita il lockdown alle 22. E, nonostante il colore cangiante delle Regioni, secondo i 21 parametri che ne determinano pericolosità e contagi del Cts, ci si potrà spostare da una Regione gialla all’altra solo per fare ritorno al proprio Comune di residenza. Per gli altri, più o meno adulti, sarà continuare ad osservare le regole. Che differenza potrà fare? Sarà il Natale che ricorderemo tutti, perché minante rispetto alle libertà e all’espressione completa e radicale degli affetti. Detto questo, auguriamoci di farcela, di riempirci di buone notizie nell’oceano di sensazionalismo e allarmismo che, se ci informa, condiziona parecchio. Sarà difficile, ma non abbiamo scelte. Negare ancora, e pensare di fare finta di niente è da idioti, nel caso ne fosse rimasto ancora qualcuno da convincere. Qualcuno è resiliente nella idiozia, alla lettera. Sarà chiamarsi, videochiamarsi, raccontarsi la vita al computer, scriversi in ogni forma possibile. Sarà tenersi occupati e tenere occupata la vita più fragile degli altri, tra volontariati, azioni sociali mirate alla distrazione e possibilità di regalare attimi di leggerezza e spensieratezza. Soprattutto agli anziani, che sono diventati anarchici impazienti, cui raccontarsi e raccontare, cui restituire e rinverdire la forza e il peso delle parole, che occupano spazio e tempo. Questo 2020 sarà un Natale di privazioni, che ricorderemo tutti. Di distanza, reale, e concettuale quanto psicologica e ideologica rispetto al mondo istituzionale che, per quanto serio e abnegato in sacrifici per sostenere la pandemia, non può certo dare risposte immediate. Non può alleviare le morti, colmare i vuoti sentimentali prodotti in ogni famiglia, non può lenire e cancellare le disoccupazioni enormi prodotte, così i livelli di povertà documentati. Ce lo raccontano la Caritas, i Rapporti Demos e Libera, i dati aggiornati dell’Istat. Per quanto ci si affanna a trovare soluzioni, al momento ognuno si sta solo con se stesso, con la propria famiglia, galleggiando nel migliore dei casi, piegandosi all’indigenza e povertà in quello più comune. E forse le cig, le misure sociali per interrompere parzialmente le tassazioni, i redditi creati ad hoc ed emergenziali già non bastano più. Perché a mancare è una vera visione che superi l’oggi e la Politica, nel suo interno continuo dibattere, spesso divisivo, da un’immagine di sé seria, ma lontana dalle bollette scadute, dagli affitti da pagare, le bocche da sfamare, dalla dad in costrizione sempre alienante, dai pensieri di un adolescente che non ne può più, di un adulto che si ritrova disoccupato o vessato da una tecnologia che gli confonde la notte con il giorno, da un anziano che provocatoriamente esce di casa quando non te l’aspetti perché non ne può più. Con diversi gradi di difficoltà ed emergenza, si staglia difronte a noi una società che ci comprende nella dilagante precarietà ed ansia, compresa ma non risolta. E questo crea altra distanza, l’effetto del ripiegamento sulle proprie uniche forze, sulle proprie idee, negli incontri provvidenziali, nella disperazione laddove possibile di reinventarsi continuamente. Non è facile e la pandemia rappresenta, di per sé, una nuova guerra. Sarà un Natale fai da te.

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Quello che non è più ammissibile è il negazionismo. Sono bastati i mesi di reclusione, capire che nessuno è immune al Covid: giovani, anziani, persone adulte e meno giovani. Un virus trasversale al genere e all’estrazione sociale, che colpisce tutti senza avvertimento. E, diciamocelo, le poche certezze tristemente raccolte sono quelle che ci assicurano una qualche protezione in più dal virus, ma del quale, ancora, molto poco si conosce. Altrimenti non ci ritroveremmo qui, a parlarne ogni giorno. Così non parleremmo del collasso delle Sanità Regionali, i numeri dei contagi e gli ammalati che riempiono tutti gli ospedali esistenti e quelli creati ad hoc. Gli alberghi tramutati in ospedali, i tendoni campo allestiti. Non è stato tutto previsto, nonostante fosse, tutto, prevedibile. Almeno nella seconda ondata, dopo l’estate caotica. E comunque, difronte un trauma e un nemico così feroce, che abbraccia un mondo intero, se non si possono fare pronostici, ci sia arma come per affrontare un conflitto mondiale. Oggi paghiamo i ritardi di una mancata o sbagliata comunicazione, di un’assenza di regia comune tra Governo e singole Regioni, con i propri Governatori in ordine sparso. Ciascuno con il suo verbo, il suo sdegno. Comitati scientifici e medici da una parte, che hanno gridato il proprio dolore disperato, che denunciano l’impossibilità e incapacità delle strutture sanitarie ad accogliere altre persone, Governo e Ministri dall’altro che edulcorano o aggravano la situazione secondo il nuovo Dpcm che sta per essere scritto e imposto. Secondo il colore che potrà assumere la propria Regione. Insomma, la percezione è di vivere nella gravità che non si riesce a circoscrivere, a descrivere e comunicare, se non nella sofferenza delle morti e dei famigliari che le sopravvivono. Alla morte. E’ qualcosa che ci è sfuggito completamente di mano, ha alterato la nostra percezione, disturbato i nostri sonni, diventato molto più di una paura. Ci sono le percentuali, gli studi e le informazioni: ‘ché non smettiamo mai d’informarci. Anche nella indeterminatezza. E questo aumenta l’ansia e il sentimento di sospensione. Però, una incontrovertibile verità è sotto gli occhi di tutti, nei numeri delle terapie intensive, dei morti per Covid dallo scorso inverno. Di Covid si muore, anche facilmente. La curva del contagio può assumere anse diverse, accelerare o rallentare, così l’indice del contagio, così il numero dei morti, comunque si muore. Pertanto, che il Covid non esista o sia frutto di un complotto bisogna avere parecchia demenza e ignoranza per continuare a sostenerlo. Così le teorie complottiste. Eppure le immagini delle barelle di Bergamo hanno fatto il giro del mondo, così delle file ininterrotte di ambulanze, gli abbracci spezzati, le morti in solitudine, i parenti che non hanno potuto congedarsi dai propri genitori anziani, i cari. Tutto questo è realtà che andrà metabolizzata, dolore inesauribile da lavorare. Perciò almeno i negazionisti, coloro che sono contro i vaccini, contro ogni misura scientifica che consenta almeno un baluardo in più rispetto al pericolo del contagio, che ritengono la pandemia un disegno ordito a tavolino per diminuire le nascite e riproporzionare il numero degli abitanti sulla terra, e altre eterogenee fandonie, che tacciano. Che possano fermarsi un attimo a riflettere profondamente, che possano studiarli questi numeri, e confrontarsi con gli epidemiologi. Basta teorie strambe, come vederli arroganti e pericolosi, per le strade, non indossare la mascherina con strafottenza. Questa è, solo, pericolosa ignoranza.

Oggi ho fatto la fila distanziata, che pare già un ossimoro, per stampare un documento che mi serviva. Già, ormai chi utilizza più le stampanti se non in ufficio e per motivi eccezionali? Evitiamo di sprecare la carta e, in piena pandemia, ammettiamolo, abbiamo cercato di accelerare ogni processo lavorativo in chiave digitale. La smaterializzazione della corporeità dei documenti e degli accessori lavorativi è entrata prepotentemente nel nostro quotidiano. Chi si è abituato subito, per alcuni c’è voluto più tempo, per altri non è mai cominciata. Siamo perlopiù relegati nelle nostre case, in un lavoro agile per chi ha la fortuna di averne, chi invece è impegnato ad arrabattarsi e acconciarsi a qualsiasi situazione si ponga per sfangarla. Comunque, siamo isolati, per difenderci e difendere le persone che amiamo, le più esposte, noi stessi. Difficile non avere paura. Anche osservando tutte le indicazioni che Istituzioni e Comitati medico scientifici impartiscono, anche attenendoci a tutto il rigore possibile, esiste sempre un’incognita. L’imprevedibilità che ci coglie di sorpresa. Questa equazione, nella mia vita, è saltata spesso. Rispetto alle aspettative, al lavoro, agli amori, ad alcune amicizie, alla periodica profusione d’impegno che è stato anche amore incondizionato, alla passione e al pathos. L’equazione non è tornata, ancora, rispetto alla necessità di dimostrare e attivarsi per produrre, di darsi per sentirsi corrisposti, nel pieno controllo della propria esistenza, meritevoli di apprezzamento. Non sono corrisposti, tuttavia, effetti uguali, né tanto meno simili, vicini alle aspettative di partenza. Accade sporadicamente di ritrovarsi in una condizione bilanciata, di affetti dati e ricevuti, di attenzioni corrisposte, di sensibilità e accortezza contraccambiate. Sono eccezioni e, quando succede, capisci che non devi farti scappare l’interlocutore, l’attore che ti restituisce tutto l’impegno. Se non esiste un’equazione di causa ed effetto che ci tuteli in condizioni di pseudo normalità, figuriamoci con un virus del quale si conosce poco, comunque non tutto, che complotta sulla nostra salute, che briga per sottrarci libertà di movimento, possibilità di lavorare, consumare, fare girare il pil di questo Paese. Questo stato di sospensione non può restituirci un senso di logica e di minimo determinismo. Galleggiamo e continuiamo a farlo. Sappiamo che non dobbiamo abbassare alcuna guardia. Non abbiamo mai negato o relativizzato quanto abbiamo vissuto negli ultimi mesi, perché non sarebbe servito a niente, solo a qualche dissennato politico in perenne campagna elettorale, ma a corto di idee e suggestione, di una chiara visione cui accompagnare ricette per uscire dal magma che ci incolla alla precarietà. Siamo solidali ed empatici per difenderci da un sentimento universale di fragilità: questo ci unisce e corrobora la buona disposizione. A dividerci, però, lo spazio fisico e il tempo, la frequentazione, il timore del contagio. Tutto è diventato così incerto ed opaco che ci resta la tecnologia. Usata nel peggiore dei modi, per alimentare discussioni e polemiche viscerali, per fornire degli espedienti ai leoni da tastiera e agli hater che non aspettano altro. Difficile capire di ogni giornata cosa conservare nella casa dove siamo relegati. Gli incontri a distanza, sui social network, le persone ascoltate da lontano, i libri e film visti quando possibile, la noia, la frustrazione di non potere fare, di viaggiare, di spostarsi liberamente, di non avere sempre un lavoro, un’occupazione, un obiettivo a stretto raggio e termine. Non possiamo smettere di vivere e aspirare, ma dobbiamo saperlo fare, in sicurezza. Siamo tesi, anche se lo dissimuliamo. Viviamo la nuova condizione di solitudine forzata e cerchiamo, da mesi, di tenerci connessi attraverso la Rete. La pandemia ha accresciuto la consapevolezza di quanto importanti siano i legami reali, corporei, le effusioni e manifestazioni d’affetto, la discussione e il dibattito in presenza, lo scambio intellettuale, sempre in presenza. Non possiamo vivere di tecnologia per farci compagnia, non può essere la soluzione se non per una contingenza. Inutile, poi, rilevare quanto si siano abbassate le aspettative e la critica. La divisione e l’isolamento portano ad accettare, non dico incondizionatamente ma quasi, tutto quanto si muove e vive di una propria vita, tutto quanto serve a distrarci dal controllo e dal contagio possibile. Ed essere distratti, riempire il vuoto con la distrazione non ci migliora, piuttosto peggiora. Lo fa nella qualità, nella quantità del nostro tempo, nella esperienza che s’interrompe, nella produzione culturale che siamo costretti a recepire, bassa e standardizzata, in assenza di altro.  La prolifica attività culturale, agita o subita, ci insinuava sempre il dubbio, istillava la curiosità, metteva in discussione. Avevamo scelta, comunque più di una, laddove ora viviamo accettando quel che ci viene proposto, dissimulando una sottile e continua linea di tensione e ci alleniamo a tornare più vivi di prima.

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Nella nave dei sogni ci si illude di trovare il proprio amore, la propria storia, una struttura affettiva, magari cominciando dal semplice avvicinamento. Il superamento di cliché, e la possibilità di essere sé stessi fuori da qualsiasi regime politico. Per una volta liberi, senza paure e timori, senza essere stigmatizzati. A prescindere dal sesso, dalle attrazioni che si sviluppano, gli orientamenti naturali, le esperienze che si cumulano e che non ci portano al “genere” e disquisizioni inutili, quello che affatica è la ricerca di una stabilità, dell’accettazione di quel che si è, senza dovere più faticare, mascherare, alterarsi. Senza alcun camuffamento, psicologico e fisico. Il vero nemico dei nostri tempi è l’invecchiamento, l’incapacità di accettarsi e vedersi diversi senza ostacolare il naturale processo del tempo che si dipana e dispiega, stendendo i nostri anni, l’esperienza felice e l’infelice. Perché opporsi alla natura? E soprattutto perché troppe poche voci che non si indignano. In qualsiasi mondo, la paura della vecchiaia e di non potersi preservare gradevoli per sempre incide sui rapporti umani, le relazioni sentimentali, perfino sul lavoro. Giovane e giovanilismo sembrano gli orientamenti prioritari. L’esperienza e un corpo maturo perdono terreno e punti, tutto questo è un pessimo ribaltamento di come il mondo reale dovrebbe invece andare. È purtroppo vero che tingersi i capelli, rifarsi il viso, asciugarsi le rughe sono semplici operazioni di routine, ormai anche tra persone delle Istituzioni, della Comunicazione, della Cultura. Questo mi trasmette un forte senso di imbarazzo e tristezza, mi comunica povertà e assenza di valori e forze interiori per bilanciare qualsiasi fastidio, legittimo, estetico. A nessuno piace invecchiare e deteriorare, vedersi cambiare negli anni, afflosciare i muscoli, incanutire, perdere o diradare i capelli, riempirsi di rughe dell’espressione e del sorriso, ingobbirsi e ricoprirsi l’epidermide di antiche efelidi. Trasversalmente, in ogni mondo e strato sociale della popolazione, si teme l’invecchiamento e ci si affanna nella ricerca e pratica comportamentale di una giovinezza eterna. Il risultato è ovviamente naif, imbarazzante, asincrono, goffo. Sono comparse di una commedia scialba e infelice. E a forza di ringiovanire, contrastando ogni principio naturale, gli strenui difensori della parvenza continuano a relazionarsi con un mondo di giovani, a pretendere di misurarsi e interagire con loro, essere apprezzati e farne parte senza più forza, freschezza mentale, trascinandosi una disparità enorme, esperienziale. Come nelle relazioni sentimentali. Non si può reggere tutto sull’eterna e precaria attrazione sessuale. Tutto va scemando, trasformandosi in un sentimento più strutturato e profondo, cerebrale. Questo è altro, migliore amore, ma per molti la fine della possibilità di un rapporto. È davvero triste la rincorsa all’elisir di lunga vita, che non esiste, e che non consente a molti uomini di maturare e relazionarsi costruendo legami stabili con coetanei. E perché? Perché i coetanei non piacciono e devono trovare e vivere giovani e giovanilismo, abbeverarsi in quell’ardore epidermico e ormonale che restituisca l’oro, anche per pochi attimi, l’illusione di tempi ormai andati. Il passaggio è questo. Non so come può essere vinto, distrutta e debellata la debolezza, ma fintantoché non si riuscirà ad essere attratti da persone per il carattere, per la sola sintonia psicologica, per la curiosità e le affinità, tutto sarà improntato e modellato prevalentemente sulla sfera della sessualità. Il tempo inesorabile scorrerà e ogni intervento chirurgico, ogni allenamento fisico, ogni artificio e malia non potranno durare in eterno. Un giorno si risveglieranno soli, uomini e donne, con tutta probabilità abbastanza depressi, chiedendosi ancora una volta perché loro, pur desiderando una relazione stabile e completa, non sono riusciti a concretizzarla. Perché hanno cercato la causa del proprio insuccesso fuori di loro, quando dovevano continuare a combattersi dentro. Enormi e reiterate banalità che sopravvivono nei nostri tempi, si acutizzano, peggiorano, rendono le persone più fragili e sole. Come fosse impossibile arrendersi alla natura e all’evidenza, essere accettati per quel che si è. E invece, a riuscirci, renderebbe liberi da sovrastrutture e manie, pensieri inutili, agonie insensate e superficiali. Ma non mi stupisco del rigurgito del giovanilismo che va di pari passo con lo stigmatizzare le minoranze per gli orientamenti sessuali, religiosi, politici, culturali. Ogni minoranza e diversità sono sovente oggetto di discriminazione, derisione, ce se ne allontana con sdegno e scherno. Ai tempi di oggi, ai tempi del Covid, dove l’urgenza più grande dovrebbe costituire l’opportunità per rimettere in discussione ogni nostro riferimento e ragionamento sbagliato, va in scena il pregiudizio che può incancrenirsi in una incapacità totale di comprensione e confronto. Il ritorno al preconcetto come discrimine si propaga, più o meno silente, come l’ardire di restare sempre giovani, lontani dall’età e dalla morte. Superficialità che, ahinoi, si fanno sostanza. 25stilelibero

Già, come stiamo? Oggi mi è capitato di rivedere alcuni amici cui tengo molto su Zoom. Collegati, da diverse parti del mondo, ci siamo dati appuntamento per festeggiare il compleanno di due adolescenti gemelli. I figli di un’amica. Era come non essersi lasciati mai, se non per le facce felici ma incredule, la gioia di contarsi, di raccontarsi, seppure per breve tempo e in idiomi differenti. L”incredulità, epifania felice del Covid. L’intercalare più comune: “Tu, come stai?”. Che poi lo sappiamo come si sta ai tempi del Covid. I giornali li leggiamo, anche troppo, le agenzie stampa, gli approfondimenti, le stime e le percentuali, gli studi Istat. Bulimici e tossici d’informazione. Eppure oggi pomeriggio, durante il collegamento, ogni parola, ogni cenno del capo, ogni sguardo sembravano fossero nuovi, esistiti per la prima volta. Ci siamo abituati a convivere con la precarietà ma potersi risalutare, dare una pacca sulla spalla, una gomitata è sempre una grande felicità. E il resto dei pensieri cupi, di quelli che normalmente avremmo considerato tali, svanisce per sempre. E non chiediamo il permesso. Circoscrivere tutto, relazionarsi con i temi e problemi veri, ancora una volta il senso del contesto ci restituisce una mappa su come muovere e dipanare l’esistenza. Non esistono strutture verticistiche e tutti siamo, per fortuna, davvero uguali. Con o senza paura, esibita o dissimulata, ce ne freghiamo delle sciocchezze che sentiamo, non esistono più formalità ma il linguaggio antico dell’emergenza e della consistenza: l’essenziale. Superato il primo dramma, il timore di non farcela, di potere finire tra le percentuali funeste di chi il Covid lo ha vissuto, ne è stato prigioniero per sempre o gli è invece sopravvissuto, ora resta solo una gran voglia di normalità. Eppure non sarà una estate normale, non lo saranno le aspettative, i sogni, le proiezioni. Tutto un futuro prossimo da ridisegnare. Un bene? Un male? Non voglio esprimere giudizi, non mi interessa. Sarà come abituarsi a camminare su carboni ardenti, non dare nulla per scontato, apprezzare ogni prezioso secondo, senza alcuna retorica, in attesa dell’imprevisto sempre al fianco. Così sono cambiati i nostri sonni, i nostri rapporti d’amore e d’amicizia. E si sono incrinate anche le relazioni più inossidabili. Naturale quando la Morte ti scorre a fianco, quando ne senti l’odore e ti auguri che non colga te ed i tuoi cari. Allora resisti, combatti, con la cautela e le migliori risorse. Eppure non basta. Siamo invecchiati tutti, abbiamo sommato in tre mesi l’altalenante esperienza emozionale di un decennio. Queste oscillazioni qualcuno se le porta addosso, scolpite come stigmate, con i capelli incanutiti, le rughe, le sopracciglia incurvate dalle preoccupazioni, la pelle ruvida che sembra un campo privo di ortaggi e sentimenti. Insomma, siamo dei sopravvissuti che si ostinano a mostrare il proprio lato migliore, che hanno reagito e vanno avanti. Così si deve fare, solo così si può fare. Per questo è bene raccontarsi tutto e rammentarsene. Tenere il proprio diario quotidiano, da condividere o non, ma tenerlo per sé. Perché, ci auguriamo, un’altra guerra non vorremo mai viverla, ma potremo raccontarla ai nipoti che ce ne chiederanno, alle generazioni che verranno dopo di noi. In questo periodo sto recidendo tante cose. Sto rinunciando volutamente a molte abitudini per tenermi degli spazi bianchi, aperti, da riempire anche solamente con l’umore dell’ultimo secondo. Mi aiuta a decomprimere la pressione del giorno, che mi porto appresso. Brevemente risplendiamo sulla terra. Un avverbio troppo breve. Come il romanzo che sto leggendo in questi giorni, centellinandolo, perché mi piace troppo. E allora rallento, mi addormento, come non volessi terminarlo perché è difficile essere distratti da un’altra bella storia qual è questa. Sono più prigioniero ma, allo stesso tempo, in cattività posso osare di più: sul mio destino, sulle abitudini, le consuetudini, il modo di condurre il quotidiano. E tutto mi sembra così piccolo: le persone, i fatti, tutti minuscoli e così privi d’importanza rispetto alla Storia che stiamo subendo e poco agendo. Passo da Zoom a Teams, a Google suite. Una gran duttilità digitale, mi costringo a sessioni inusitate. Sperimento un po’ tutto, mi riempio e tengo occupato. Il forte senso d’ansia che mi assale con il primo caldo, che mi ricorda che è tempo d’estate, di cicale e di aspettarla assieme, come ogni anno, tranne questo appunto. Un meriggiare in solitudine, nei cuscini umidi di qualche sparuta siesta domenicale, nei crocchi di persone, nei capannelli d’anziani e giovani osservati più a distanza delle distanze usuali. Nei paesaggi che solo l’estate piena di sinestesie è capace di regalarci, saremo più soli ed incerti. I ricordi, rimandi, il sale sulla pelle, le scottature, il dorso delle mani e il collo dei piedi immersi nel bagnasciuga a guardarsi, a guardarci. In solitudine o sparuti gruppi che non facciano assembramento. Sarà un relax, nel migliore dei casi, di prossimità. Già, siamo già altro. E fare finta di niente è forse la cosa peggiore. L’aspetto più interessante è, invece, proprio quello di maturare, invecchiare prematuramente, svelarci per quel che siamo, senza nasconderci o nascondere i segni di quanto stiamo vivendo. Da dentro a fuori, da quel che resta dell’aspetto esteriore ad i sentimenti che si aggrovigliano alle budella. E speriamo di cavarcela, di aiutarci anche da lontano. Buon compleanno.

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Chi e cosa cambierà davvero durante dopo il Covid? Saremo tutti diversi? Probabilmente sì, molti sostengono di no, altri sospendono ogni giudizio. Di certo, se sopravvivremo alla pandemia, elaboreremo ciascuno a proprio modo, il vissuto. Il tracimare informazioni, teorie funamboliche, tutto ed il suo contrario, sedicenti farmaci e riti propiziatori, scontro di Nazioni per accaparrarsi il vaccino, per rinfacciarsi le colpe, le diatribe di Partiti e Governi che strumentalizzeranno e si rinfacceranno l’incapacità di fronteggiare la pandemia è già triste realtà.  Così la crisi economica successiva, vissuta sulla pelle dei lavoratori di molte fabbriche ed esercizi commerciali diventa l’arma politica prima di una elezione. ‘Ché una elezione è sempre alle porte. E la paura della difficoltà economica comincia a dominare su quella sanitaria. Non so se saremo diversi. Dall’inizio ho sempre pensato di sì. Che impossibile è sopravvivere ad una tragedia di questa portata senza avere sviluppato una ipersensibilità, affinato la propria percezione, il senso del contesto, la capacità di sapere relativizzare e riposizionare ogni cosa. Ricondurre ogni persona ed emozione, attività ed azione nel suo posto, quello giusto. Insomma, le nostre giornate si sono alternate tra sottrazioni di enfasi, diminuzione di importanza, di sovraccarico di aspettative e la vita ci è apparsa forse scarna, più circoscritta e ingabbiata, a tratti triste ma autentica. Non lo so se cambieremo. Credo di sì, ma ritengo anche, come leggevo in questi giorni, da qualche “Amaca”, che si continuerà sempre ad esasperare il proprio carattere. Voglio dire che lo sconsiderato e superficiale prima del Covid, probabilmente dopo lo sarà un poco meno, ma continuerà ad esserlo. Non si sfugge alla propria natura e carattere. Non completamente. Lo scrupoloso ipocondriaco lo sarà ancora di più, il fatalista tenderà sempre ad esserlo. Assisteremo ad un acutizzarsi delle nostre indoli o, per contro, lo sviluppo radicale e potente di un atteggiamento antitetico, come non siamo mai stati. Ma quest’ultima ipotesi è più remota. So solo che questa lontananza protratta e la reclusione a casa, per mesi, non può fare bene all’amore, alle relazioni sociali, allo stesso lavoro che ti porta ad essere sempre connesso e dipendente. Con la fine della Fase 2 abbiamo avuto per un attimo l’illusione di esserci rimpossessati, sì, di una qualche forma di normalità, della grammatica della socialità, dell’amore, dell’amicizia, della parentela. Poi, però, restano i numeri cui relazionarsi ogni giorno, tra mille timori e le città desolate, l’economia che chissà quando riprenderà. Ed è proprio assurdo vedere i centri storici delle grandi metropoli deserti, spettrali, post atomici. Perché gli esercizi riaprono, ma i centri storici sono animati dal turismo che è azzerato. Pertanto, proprio nel centro, gli esercizi faticano a riaprire, fanno calcoli di convenienza e molte saracinesche restano giù. Così in molte aree urbane, solo sei esercizi su dieci riaprono e la stessa percentuale si convince che penerà più di economia che di salute. Nella città un silenzio spettrale, pochissima gente, solo l’architettura imponente ad urlare il proprio dolore. Come si esce dal centro, un poco di vita la si intravede, allora tiriamo un sospiro di sollievo. La rivincita della gentrification o, piuttosto, un nuovo aspetto da approfondire. Poi arrivano le giornate dei giudizi complessivi e proprio dall’errato linguaggio, in ogni ambito della nostra quotidianità, proprio dall’approssimazione nella comunicazione, dalla manomissione delle parole e della lingua italiana sostituiti da un inglese maccheronico e altrettanti acronimi, dalla povera sintesi, ti rendi conto dell’incapacità di cambiare profondamente, di mettersi in discussione. Come la pandemia azzerasse progressivamente, con le aspettative, il pensiero critico. E lo vedi sui social, nelle riunioni improvvisate: di “istituzionale” resta poco. Solo bordate semplicistiche, luoghi comuni, reazioni viscerali. Le parole non si pesano più e sono usate a sproposito. Si è logorati dalla paura che produce pregiudizi, che vanno a braccetto con l’errata rappresentazione di sé, della propria condizione. Chi esercita un potere, in affanno preferisce gettare l’ansia e lo stress sugli altri, elargire patenti d’inadeguatezza agli avversari: politici, stranieri, blocchi geografici differenti, lavoratori. Con psicologia spicciola si determina un perenne giudizio al ribasso. Ai tempi del Covid, dove i lavori si perdono, le casse integrazioni non sono sufficienti, così i diversi buoni e voucher, le sacche della povertà ingigantiscono e le violenze aumentano queste dinamiche non cambiano. Allora forse ha ragione l’Amaca, nel sostenere che nulla, davvero, cambierà. Io, volitivo, ancora ci spero.

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Troppo caldo. Lavora, lavora e lavora fino a sabato. Quindi scappa in un’oasi di prossimità, un tempo sospeso, un luogo limitrofo. Ci riesci. Dormi, leggi, ti bagni nell’acqua e, come spesso ti accade ultimamente, ti sembra di riposarti da più tempo, di vivere in luoghi ameni dove ti ritrovi a fatica per qualche giorno, ma ti sembra di starci da almeno una settimana. Intanto pensi che stai cambiando in meglio, cumuli più esperienza, riesci a spezzare ogni pensiero inutile. Ma l’inutilità ci circonda e spesso aggredisce. Non sei moralista, né tendi a giudicare a sproposito, ma nell’estate del ritorno alla normalità, così ti piace pensarla, fisici che non si arrendono a un’età naturale aumentano, così le plastiche, donne che non ci stanno proprio ad invecchiare e uomini anziani che si atteggiano a ventenni solo perché si sono messi a dieta, hanno comprato l’ultimo costumino in voga nel quale dopo decenni riescono ad entrare. Corpi, tutti, tatuati. Ti chiedi dove abbiamo sbagliato, dove i nostri genitori o una pseudo famiglia non è riuscita ad imporsi con un minimo sistema valoriale. Sinistra, destra, in questo sono trasversalmente edoniste e narcise. Ma il tempo scorre e nel tentare di fermarlo, di vivere un’ultima estate di bellezza e sentirsi ancora giovani, sei circondato da mostri di plastica. Seni come proiettili, zigomi finti, labbra disperate a canotto, uomini che sfoggiano orologi importanti. Tu non sei ricco, vivi del tuo lavoro a fatica. Ma della ricchezza spudorata e strafottente, esibita e volgare, hai sempre fatto uno stigma. Uno spettacolino terribile, quanto distante da ogni necessità. E poi tutti incollati a quel cellulare. Non esiste un libro in giro né kindle per leggere un ebook. In questo la tecnologia, non solo in questo, ha depauperato ulteriormente ogni forma di cultura e socialità. E’ l’estate della crisi economica, climatica, dei conflitti bellici, delle post pandemie e dei Governi che disfano, sfiduciano, e si torna a votare il giorno dopo. L’estate dei Politici, tutti, talmente distanti dall’elettorato e dalla popolazione da sembrare a apparire distopici. Preferisci sopravvivere nella vita reale, restando nei canali sociali solo per condividere informazioni, articoli, agenzie, suggerimenti per un qualche spettacolo: il minimo indispensabile e terzo da te, per uscirne e tornare a vivere.

Auguriamoci il meglio tra bracciate estive, ne abbiamo sempre bisogno.

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Oggi stavo facendo una colazione veloce, prima di andare in ufficio, e un uomo con aria mesta, alto e dinoccolato mi si avvicina sbandando. A vederlo bene in viso ha l’espressione di chi non riesce a mantenere la concentrazione dello sguardo e, probabile, della mente per più di qualche secondo. È chiaramente ubriaco, ma sta aspettando di potere cominciare a lavorare. Lo vedi quanta gente c’è che fatica a stare al passo con i tempi, che non possiamo tenere sotto controllo e, anzi, dobbiamo imparare a riconquistare disconnettendoci. Il tempo, ovviamente. La sottrazione è l’unica sana via d’uscita da processi che non possiamo controllare. Parzialmente disconnessi possiamo vivere appieno le nostre priorità. Raccontiamocelo, però, che due anni di pandemia hanno incrementato il numero dei poveri per le nuove disoccupazioni, l’inflazione galoppante e le molte attività, grandi e piccole, che hanno chiuso. Sono aumentati i rapporti di lavoro irregolari e a tempo determinato, come ha certificato bene l’Istat. Il reddito di cittadinanza, migliorabile, alla fine ha costituito un argine importante nella povertà dilagante. Raccontiamocelo della gente indigente, che fatica a vivere con meno di mille euro al mese, e che se portici e strade, piazze sono gremiti di clochard non è com’è sempre stato. Tra immigrati, vecchi e nuovi senza tetto sono sempre più le persone costrette alla strada. C’è sempre meno sicurezza ed è difficile tracciare tutti i disagi sociali, fisici e mentali, che si allargano a macchia d’olio. Raccontiamocelo più del quotidiano sciorinamento dei dati sui contagi da Covid e sui conflitti bellici oltre ai dissesti ambientali cui la stampa è ossessivamente attaccata. I territori, anche quelli dove abitiamo normalmente, stanno cambiando. Raccontiamo e raccontiamoci delle nuove violenze, disperate, generate dai nuovi emarginati sociali. Dei comportamenti sociali fuori controllo, che notiamo di continuo e ci chiediamo se siamo i soli a notarli. No, non è normale. Nessuno di questi comportamenti è normale, né possiamo far finta che lo sia fino alla prossima disgrazia. Per non parlare degli spostamenti urbani: le macchine e gli scooter sono lanciati a velocità inverosimili, non curanti di segnaletiche, di possibili continui incidenti. I pedoni che, distratti, rischiano continuamente la vita o che, pervicaci, attraversano con la sigaretta in una mano e nell’altra il cellulare in modalità video chiamata. Possibile tutto emerga dirompente solo ora? Accelerato nella sua frenesia, inquietudine, iperconnesso e distopico. Come il tentativo di essere sempre tecnologici, in grado di gestire il quotidiano attraverso un’app. La frenesia di rincorrere tutto lo scibile per non restare indietro, quando disconnetterci e razionalizzare che esiste ancora dell’altro è, invece, l’unica salvezza che ci resta. I nuovi dropout li osserviamo increduli e spaventati, perché sono una enormità. Si esplicita poco e senza vigore la “nuova” esistenza nei “nuovi” territori, probabilmente si suppone ci si debba abituare a tutto. Sarebbe invece opportuno parlarne, anche solo per includere e spiegare nuove dimensioni “fuori controllo”. È triste e penoso, certo, ma la pandemia ora si porta dietro nuove conseguenze, sociali ed economiche, tangibili. Un enorme disagio e un degrado sociali. È bene sviscerarli il più possibile se auspichiamo, tutti, di conviverci e magari superarli. Due anni dopo siamo circondati da nuova instabilità, oltre quella tracciata, e negarlo e camuffarlo non parlandone a sufficienza non serve a niente, dobbiamo anzi imparare a porci per primi in modo differente.

Dal provvedimento della Corte Suprema Usa sull’aborto all’annullamento del Pride ad Oslo per un attentato ancora da definire nelle motivazioni, così la crescita dei numeri dei femminicidi e delle violenze domestiche in genere, non ci lasciano tranquilli. Ci riprecipitano nell’allarme. Perché penseremmo che con una pandemia di ritorno mai debellata, una guerra la cui evoluzione ci lascia più di una probabilità ed ipotesi, almeno sui diritti dovremmo stare tranquilli. Usufruire di quanto già riconosciuto e ampliare la maglia coprendo le lacune di tanti anacronistici sospesi. Perché i diritti non c’entrano niente con le guerre, né con le pandemie, né con le condizioni e manovre economiche di un Paese. C’entrano invece con la sostenibilità, con l’inclusione sociale, con gli obiettivi delle principali Agende europee. Lo abbiamo ripetuto negli anni. I diritti non pesano se non nell’accelerazione di consapevolezza e cultura che definisca una Società in tutte le sue pieghe ed evoluzioni. Non è ammissibile ancora parlare di ius scholae, di necessità di difendere l’aborto, di eutanasia, di legge sull’omotransfobia. Siamo in ritardo sui troppi temi e, ancora una volta, non può essere delegato il tutto alla maggioranza numerica del legislatore, piuttosto al buon senso. Si parla di diritti sotto campagna elettorale o difronte l’ultima efferatezza che ci costringe alla riflessione, l’ultimo dato sciorinato dalle agenzie di stampa. Difendiamoli questi diritti, in attesa di auspicabili tempi migliori, non con la resilienza, ma con un moto di opposizione, di sana protesta contro la dominante incapacità di elaborare il cambiamento, di ascoltare la società nella sua complessità. Estendere diritti e allargare le maglie dei riconoscimenti migliora la Società, la potenzia nella sua inclusione invece di dividerla e creare altre contrapposizioni sociali.

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Tra i diritti dei quali si parla sempre più, c’è quello alla disconnessione e alla organizzazione del tempo. Conseguenza della pandemia e anche del capitalismo più selvaggio, di una distribuzione iniqua del lavoro, è proprio il tempo e la gestione dello stesso, che si pone come discrimine tra le classi ed i ceti sociali più elevati e la stragrande maggioranza dei lavoratori. È discrimine tra una vita dignitosa, con un minimo benessere, e una vita “trasportata” e rincorsa, quando non subita. Non parliamo solo dei Rider, ma di tutte quelle occupazioni spietate, dove si viene retribuiti sui quantitativi prodotti, il numero delle consegne e corse effettuate, le quantità prima di tutto anche a scapito della qualità. Vivere di turni sfalsati, dove notte e giorno si confondono, provoca una diminuzione di concentrazione, di attenzione, il rischio personale della propria salute. Il sonno, pertanto, la corretta somministrazione delle ore del sonno, sono diventati un vero traguardo da preservare anche se dovrebbero essere diritto. Tutti i lavori che si dipanano su turni temporali affrontano questa tematica. Così i turni massacranti dei medici durante le pandemie sono un esempio eclatante. È uscito sull’ultimo numero dell’Internazionale un articolo successivo ad uno studio proprio sul sonno, del politologo Jonathan White. S’intitola “In difesa del diritto di dormire”. Se ne comincia a parlare in modo sempre più circostanziato. Di fattorini, operai e vite alienate. Lavorare di notte per riposare di giorno è, anch’esso, stressante oltre che alienante rispetto ai tempi istituzionalizzati di apertura di commerci, supermercati, negozi più in generale. Chi riposa durante il giorno non ha il tempo di reperire i beni di prima necessità. Si arriva alla desincronizzazione del tempo. Questa dimensione del tempo, per chi non può viverla come la maggioranza della popolazione, diventa il problema. La desincronizzazione del tempo lo è più spesso del sonno, quello minimo ed avviene anche con le crescenti insonnie, gli stati di ansia che hanno accompagnato tutti durante il lock down e le pandemie. L’insonnia va riconosciuta e poi convissuta. Combatterla pretendendo di controllarla, è come volere mantenere il controllo su ogni aspetto della nostra esistenza, che è già altra rispetto a noi e al passato. Certo ci sono medicine, cure, ma è importante dire che il sonno e la mancanza di sonno, personale o provocata, costituiscono uno degli aspetti più diffusi dei disagi odierni, scaturenti proprio dalla storia che abbiamo vissuto ovunque e trasversalmente negli ultimi anni. Cominciare a parlarne, come ad elaborare la nostra ultima storia è l’inizio per poterci accostare all’esistenza senza timore, costante paura di una qualche novità. Così continuare a rivendicare diritti, tutti, ma soprattutto la possibilità di vivere il nostro “tempo”, che è solo nostro, imprescindibile, e riguarda la sfera di bisogni inalienabili. Riappropriamoci del tempo, pretendiamo di disporne e che venga disciplinato. Avremo almeno contrastato gli aspetti più malsani e annichilenti di una perenne, patologica, connessione.

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Vivere restando appiccicati al computer o un qualsiasi altro dispositivo ha distorsioni comunicative. È diventato, spesso, sopravvivere in rete. Inseguire uno standard e un tempo dettato dagli altri, logiche dominanti e lontane.

Chi è del tutto scomparso, perché consapevole che di vita virtuale si potrebbe solo soccombere o peggiorare, chi invece ha cominciato a postare ogni giorno, anche più volte al giorno. Come a scandire il passaggio del tempo, provarsi e provare di essere ancora reattivo.

E così ci hanno spiegato proprio tutto: cosa dà fastidio, cosa è lungimirante, cosa è adorabile, cosa detestabile, in un manicheismo continuo.

Cosa mangiare, come vestire, cosa leggere, vedere al cinema, come ballare, le liste, gli animali domestici, i piatti fumanti e la porno vita è andata in scena non risparmiando, alla discrezione e al privato, quasi nulla. D’altronde, restare da soli con sé stessi, disponendo di poco se non una connessione ci ha portato a denudarci e, tra le sofferenze di tutti, le flessioni di umore, i problemi, a metterci in discussione e scomporci. È stata, nella tragedia che mai avremmo voluto vivere e leggere nelle cronache continue, un’occasione per percepirsi, davvero. Disconnettersi per ripensarsi o soccombere e continuare. Nel nuotare fuori corrente, si è potuto entrare in connessione con ciò che si è e può essere.  Difficile a dirsi e farsi. Sgomberare il proprio campo da tanti inutili rituali, frequentazioni occasionali ormai prive di contenuti, le aspettative degli altri. Recidere lacci e lacciuoli, pregiudizi personali, tornare ammaccati e diversi, ma più centrati e volendoci un poco di bene.

Sarà un abbaglio, una tendenza momentanea, riuscita a pochi, ma quanto benessere dal restare disconnessi? Non sparire per sempre, ma starci davvero poco, il tempo necessario, quello minimo che non ha mai la cadenza della quotidianità.   Nuotare fuori corrente, ciascuno con le proprie bracciate.

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La pandemia non è terminata, ma le infezioni preoccupano meno, per via dei vaccini. I parametri degli ospedalizzati, come dei vaccinati con terza dose  determina  i colori in base ai quali territorialmente rappresentiamo il nostro territorio e l’incisività del virus.  La curva non cresce più. Tuttavia il pericolo persiste, i contagi anche, e intaccano un 5% dei vaccinati con dose booster che si sono già ammalati una volta.

Tutto fa presagire che sopravvivremo al virus, ma dovremo continuare a vaccinarci dopo l’estate, con una quarta dose. Che il virus muta, non è più letale, ma cagione di un indebolimento generale e viaggia e contagia fulmineo.

È come se non contemplassimo, davvero, di potere tornare a parziali reclusioni, perché in cuor nostro abbiamo fatto il possibile.  Continuiamo a portare mascherine fp2 anche adesso, quando il decreto nazionale è stato superato, così lo stato di emergenza. Quanto possiamo costringerci?

L’insidia diversa e costante delle variabili ci restituisce una percezione sempre instabile del futuro. Allora raccontiamocelo. Non che andrà “tutto bene” ma che, di certo, nella migliore delle ipotesi ci prenderemo questa influenza almeno una volta l’anno in attesa, poi, di negativizzarci. Pesano le due settimane per riacquisire le libertà fondamentali, l’insidia sempre in agguato legata ad ogni spostamento e viaggio, dovere circoscrivere sempre le nostre libertà. Continuare a farlo senza potere tracciare una linea orizzontale che ci porti ad una somma ultima.  Pensavamo che le reclusioni totali fossero, oltre che necessarie, propedeutiche alla fine dei contagi. Al ritorno alla normalità. Ma non ci sono né ritorni né normalità. Sopravviviamo con l’emergenza che ci permea sempre, anche nei sogni che sono spesso incubi, quando non incappiamo in disturbi del sonno.  Allora ci anestetizziamo, impariamo a convivere con il dolore, senza che questo tutte le volte possa annientarci. Siamo e saremo addolorati: prima impariamo a leggerci per quel che siamo, prima riusciremo a sopravvivere al dolore senza spaventarci ogni volta. E non è disfattismo, ma estremo realismo. Come potere continuare ad essere noi, con tristezze e attimi di felicità e rilassamento, mentre tutto intorno complotta.

La nostra concezione dello spazio e del tempo sono cambiate: rispetto ai lavori, agli spostamenti urbani, agli incontri più difficili. Le relazioni sociali si sono fatte più rade e difficili. Ci si bacia e abbraccia poco, con malumore o quanto meno imbarazzo. Persiste un’innata diffidenza nell’accogliere qualsiasi persona terza. Insomma, siamo pieni di ansie e soprattutto con la pandemia, come con la guerra, non esiste una condizione di causa ed effetto. Ciò che incidentalmente accade senza essere prevedibile, ci prescinde totalmente.

Eravamo abituati a incontrare, con suggestione ma distanziati, scenari come questi nei film distopici di fantascienza, nei romanzi di genere. Oggetto di qualche visionario, abbastanza instabile mentalmente, capace di farci sentire davvero in preda al destino, a forze sconosciute, a virus feroci. Nulla più dipende dalla nostra volontà e sforzo. Ci chiediamo in quale vita possiamo vivere, se questa è una vita, se dobbiamo accontentarci. Se è possibile pensare di sopravvivere e basta. Però ne parliamo poco, nascondiamo molto. Molti sono ancora vittime della vergogna sociale: come sia disdicevole ammettere che si vive nel dubbio più totale, senza ancore, certezze, lavoro, un domani.  Chi si aggrappa al lavoro finendo in burnout. Chi cambia la propria percezione per cui si sente indispensabile rispetto all’imponderabile. Il silenzio rumoroso e spesso strategico, borghese, l’atteggiamento involuto di non volere accettarsi deboli e finiti, comunque nell’incertezza. Se la difficoltà è oggettiva, non si può scegliere. Non c’è sempre determinismo. Fare finta di niente e nascondere nella propria intimità, privata, ogni estraniamento è proprio l’atteggiamento anacronistico e anti storico. Così come lo erano i modelli comportamentali abbinati al genere, affogati nel pregiudizio, ma duri a morire: quello della forza e del controllo ostentati nonostante tutto. Perché gestire emozioni e dolori apparteneva a una visione machista, patriarcale, verticistica quanto antica del mondo. Come sempre ascoltarsi intimamente è l’impresa più ardua. Capirsi e sentirsi, anche nel dolore, ci aiuta a ricongiungerci e accettare quel che ci fa bene. Dobbiamo parlarne e elaborare. Di come abbiamo vissuto questi due ultimi anni, relegati in casa, con tanti divieti. Poche le spinte a potere fare, una moria di interessi e curiosità. Insomma, il tempo si è dilatato e, lavorando e vivendo a casa, alle otto di sera ci sentiamo già stravolti. Come avessimo tras- portato macigni. Abbiamo cambiato ritmi biologici. Cerchiamo di continuo, negli altri, similitudini sentimentali con quella incertezza e quella flessione di umore che ci ha fiaccato e annichilito. Solo confrontandoci, non sentendoci più soli, siamo autorizzati ad uscire allo scoperto. Per i più fortunati, che hanno strumenti per affrontarsi e raccontarsi, esiste un enorme dolore ma la sua elaborazione graduale. Per gli altri?

Così la guerra: la pensavamo impossibile nel ventunesimo secolo, circoscritta, di qualche giorno. Sono oltre due mesi che va avanti ed è lo sfondo continuo delle nostre giornate.  L’informazione si è fatta ossessione, sovraesposizione, tracima senza più alcun effetto dati. Gli elenchi dei morti ammazzati e delle violenze più efferate occupano ogni minuto del nostro quotidiano. Che significa, infine, non avere alcun effetto più. Ed è normale: se ci ricoprono di tragedie continuamente, queste ultime non trovano più spazio, né sentimentale né psicologico. È l’effetto anestetizzante che ci porta a volerci isolare. La troppa stanchezza di sentire sempre gli stessi orrori. Così non andiamo né avanti né indietro.

Parliamone e impariamo a metabolizzare. Diamoci delle possibilità.

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Potrebbe essere il tempo di reinventarsi. Cercare di capire, investire e volersi bene. Spesso il tempo, vibratile e insufficiente, torna utile proprio nei momenti di crisi, dove si ridisegnano architetture e funzioni, malgrado le volontà. E la gravità dei momenti storici, tra guerre e pandemie, ci induce a vivere meglio tutto quello che facciamo. Ad esistere con maggiore consapevolezza e distanza. Pur nel dolore. Allora riusciamo a ritagliare attimi, segmenti per capire che dobbiamo centrarci, metterci a fuoco, indugiare sui nostri caratteri, desideri, chi siamo. Dopo averci lavorato, possiamo guardare altrove, farci fagocitare dalle nozioni, dai colpi continui mediatici, dalle atrocità che sono già accanto a noi. Se non siamo prima centrati, rischiamo di assumere solo gravità senza capirne il senso. Ammesso che esista un senso, nelle pandemie come nelle guerre, ascoltarsi consente di sottrarsi agli aspetti più deleteri delle relazioni e ai rapporti difficili, quanto liquidi.

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Informare sì, ossessionare no. La comunicazione ai tempi della guerra e della pandemia che promette, ovviamente, la nuova variante, è ossessiva e pericolosa. Quel che possiamo fare è procedere con nuovi strumenti, metabolizzando tutto il lutto, il dolore e lo stress che abbiamo raccolto. Continuare a sopravvivere nel migliore dei modi, che non significa fare finita di niente, ma neanche rimestare e ruminare di continuo sulle cifre, i numeri, i bombardamenti esplosi. Esaurito il collegamento televisivo, con tutto il rispetto per gli ultimi due anni vissuti e quel che sta accadendo in Ucraina, cosa ci rimane? Un urlo, sempre, dentro. O, peggio, molta rabbia da elaborare ancora. Augurandoci che tutto sia di breve durata, cominciamo a sganciarci dalle informazioni in più. Liberiamoci, almeno, di ciò che solo aggiunge ansia e non serve a corroborare i contenuti che ogni giorno condividiamo. Ognuno di noi conosce il proprio, sano, limite all’informazione.

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